I diari mai scritti – Cuba, pt 2. Un carcere e un ex pugile

Un altro ricordo. La mia storia riparte da quell’ex pugile cubano, dalla sua macchina rossa fiammante, e da una piccola isola cubana, dolcemente adagiata in mezzo al mar dei Caraibi, Isla de la Juventud, l’isola della Gioventù.

Dopo quei due giorni a La Habana decidemmo di seguire il nostro amico fino all’isola della Gioventù, dove lui abitava regolarmente durante i mesi del nostro inverno europeo, freddo e piovoso. Se la mia mente non mi inganna ricordo che raggiungemmo Nueva Gerona, la cittadina principale – nonché unico centro abitato dell’isola via mare, navigando per qualche ora in mezzo al mar dei Caraibi.

Ci sistemammo in una casa particular poco lontana dal centro abitato che il nostro amico ci aveva aiutati a trovare grazie ai suoi contatti sull’isola. La vita in quella casa particular la racconterò un’altra volta. 

Ricordo che un giorno di quelli col sole che splende alto in cielo, di quelli che sei felice di essere esattamente nel posto in cui ti trovi, decidemmo di andare a visitare il Presidio Modelo, un ex carcere usato durante la dittatura di Machado per incarcerare migliaia di cubani antiregime. Avevamo bisogno di un mezzo di trasporto che ci portasse lì. Se pensate che a Nueva Gerona, un piccolo centro abitato sull’isola della Gioventù, piccola isola della più grande Cuba, nel 2010, ci fosse un sistema di trasporto pubblico, vi sbagliate di grosso. Le opzioni per andare in giro erano ridotte all’essenziale: a piedi, in bicicletta che ti fai prestare da qualcuno oppure chiedendo a un “taxi locale” di portarti in giro.

“Taxi locale” va rigorosamente tra virgolette perché non si tratta di un taxi vero e proprio. Si tratta di cubani, molto spesso pensionati che non hanno grandi cose da fare durante la giornata, che possiedono una macchina (anche se sul verbo “possedere” a Cuba ne abbiamo già parlato nella prima parte di questo racconto) e decidono di mettersi a diposizione per portare in giro altri cubani oppure viaggiatori come noi.

Di questo viaggio ricordo tante cose ma non ricordo come abbiamo conosciuto l’ex pugile dalla macchina rossa che ci portò a visitare il Presidio Modelo. Non ricordo se lo abbiamo semplicemente fermato per strada o se il nostro amico lo fece arrivare davanti casa grazie a qualche suo contatto. Non credo sia rilevante questo dettaglio.

Ricordo l’accoglienza che ci riservò non appena saliti in macchina, ricordo perfettamente il suo volto nonostante siano passati anni, come se l’avessi stampato in testa. Ricordo che aveva il viso di un classico nonnino cubano in pensione, la forma del viso rotonda, gli occhietti piccoli ma sorridenti, sul volto portava con dignità i segni del tempo che passava.

Come spesso capita quando si approfondisce una conoscenza, si scopre un mondo dietro quegli occhi sorridenti, un mondo che mai immagineresti. Il nostro driver fu in gioventù un pugile professionista.

Ricordo che parlammo per tutto il tragitto verso il Presidio Modelo, mentre la sua auto rossa non più fiammante ci faceva ballare come ragazzini sulle montagne russe. Alcune auto sembrano uscite dai concessionari, altre sono un po’ più malridotte, ricordate? Beh, la sua apparteneva alla seconda categoria e ricordo perfettamente, tanto da poterci mettere una mano sul fuoco, che le sospensioni di quell’auto fossero solo un vago ricordo di gioventù.

Piano piano uscimmo dal centro abitato per imboccare una strada sterrata che si apriva in mezzo ai campi fino ad arrivare al Presidio Modelo, una struttura di cinque blocchi circolari costituiti da un’infinità di celle disposte una accanto all’altra intorno alla zona centrale che fungeva come punto di osservazione e controllo.

Quello che ne rimaneva era ormai decandente e non più funzionante – oggi il Presidio Modelo è un museo nazionale. Ricordo le celle quasi completamente distrutte, vetrate non più esistenti, porte scardinate, ricordo la desolazione e la rovina. Ricordo la luce del sole che filtrava e illuminava l’intero blocco, donandogli un’atmosfera quasi surreale e angelica, che contrastava con l’anima della struttura.

E ricordo il nostro ex pugile driver che gironzolava con noi all’interno della struttura. Lo ricordo malinconico, un po’ cupo, ricordo che vagava qua e là come se avesse la testa altrove. Chissà cosa stesse pensando in quei momenti e mi chiedo quale fosse la sua storia che lo legava in modo così evidente a quell’ex carcere.

La nostra visita si concluse dopo poco tempo, rimontammo in macchina e il nostro tassista ci riportò a casa.

Qualcosa era ormai scattato, quindi prima che se ne andasse, ricordo che gli chiedemmo il suo contatto, nel caso in cui avessimo avuto ancora bisogno di lui nei giorni successivi. Cosa che poi accadde.

Ricordo tanti dettagli di quell’ex pugile, ma per chissà quale scherzo dell’Universo, non ne ricordo il nome.

 

 

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