I diari mai scritti – Cuba, pt 3. Una bicicletta e una Fiat 126

Sull’isola della Gioventù la vita era estremamente semplice, fatta di piccole cose, di programmi improvvisati, di decisioni prese all’ultimo minuto. Grazie al nostro contatto trovammo ospitalità in una casa particular. La famiglia che ci accolse credo sia uno dei motivi per cui amo Cuba e il suo popolo.

Lei avvocatessa in carriera, lui ex cuoco divenuto buttafuori in un locale, due bambini di cui il più piccolo passava sotto la porta in legno che divideva il nostro lato della casa dalla loro parte, incuriosito di conoscere chi fossero quelle persone che gli erano piombate in casa da un giorno all’altro.

Un piccolo giardino all’esterno tenuto alla bell’è meglio, qualche gioco per i bambini buttato qua e là, cani randagi che andavano e venivano continuamente, salsa cubana o melodie di rumba che risuonavano da casse da discoteca che il vicino aveva pensato bene di mettere in giardino e sparare il volume al massimo. Ma qui va così, nessuno si arrabbia, anzi, si ringrazia e si gode di quella musica che tiene compagnia durante tutta la giornata.

E poi in fondo al giardino, messa da una parte, lei, una Fiat 126 che probabilmente aveva già percorso tutti i chilometri che si possono richiedere ad un’auto del genere. Ma evidentemente qualcuno aveva deciso per lei che il tempo della pensione non fosse ancora arrivato e infatti continuava a portarla in giro qua e là – mezza scassinata e senza sospensioni, ovviamente.

Non era la prima volta che venivamo ospitati in una casa particular da una famiglia cubana, ma per me è stata la volta più speciale. Ogni mattina facevamo colazione insieme, poi lui ci raccontava il menù di quello che avrebbe preparato per cena, a volte ci preparava anche il pranzo da asporto, oppure lo andavamo a prendere in un baracchino di legno poco lontano dalla spiaggia che faceva panini enormi a prezzi minuscoli. Ci prestarono le loro biciclette per andare in giro sull’isola e quando la sera rientravamo dopo una giornata piena di mare, ci aspettavano per cena e a volte ci ritrovavamo seduti alla stessa tavola.

Per quanto possa sembrare normale, non lo è. Nelle mie esperienze di alloggio in case particulares ogni famiglia che ho incontrato ha sempre mostrato un enorme rispetto nei miei confronti e questo si traduceva anche nel lasciare completa libertà e spazio a noi ospiti, senza essere invadenti. Per questo raramente capitava che ci trovassimo a cena tutti assieme. Ecco perché, invece, ricordo con affetto quelle sere a cena con lei, lui e i due bambini.

Ogni giorno prendevamo le biciclette che ci avevano prestato e andavamo in spiaggia, pedalando sotto il sole di quelle calde mattine cubane. Ci muovevamo in bicicletta come si muovevano i cubani, e spesso facevamo la strada insieme a loro, frequentavamo la “loro” spiaggia e capitava di intrattenersi insieme. Facevamo una vita semplice, fatta di pedalate, di bagni al mare, di panini condivisi, di pennichelle fatte all’ombra di foglie di palma. Ed è uno dei ricordi di viaggio più belli che ho, più dei resort a 5 stelle, degli spostamenti in limousine o delle cene stellate. Molto di più.

Quello che ho amato di questa famiglia e in generale del popolo cubano è stata l’accoglienza senza riserve e la generosità infinita. Sono persone che vivono una vita semplice, senza lusso, senza strafare, senza agi, ma non per questo sono meno di altre. Anzi, molte volte chi ha poco riesce sempre a donare tanto. Ed è stato così, ci hanno dato qualsiasi cosa di cui avessimo bisogno, ci hanno fatto sentire in famiglia fin da subito, ci hanno preparato cene coi fiocchi, ci hanno dato le loro biciclette pur rimanendo a piedi, ci hanno accolti eliminando fin da subito il confine che solitamente esiste tra chi ospita e chi viene ospitato, ma soprattutto ci hanno regalato momenti e ricordi, e l’hanno fatto fino alla fine, fino all’ultimo giorno.

Ricordo che il giorno della ripartenza, lui, l’ex cuoco divenuto buttafuori, non ci permise di prendere un taxi per arrivare fino al porto di Nueva Gerona. Volle portarci lui. Decise che era arrivato il momento di far fare un altro giretto alla sua 126. Ci fece salire in macchina – noi, cinque persone, più lui alla guida in una 126 scassata, caricò i bagagli e ci condusse al porto.

Prima di andarsene disse che per noi avrebbero sempre tenuto la porta aperta e che saremmo potuti tornare quando avremmo voluto. È l’ultimo ricordo che ho di lui e della sua famiglia. Poi si girò e se ne tornò a casa sulla sua 126 scassata.

 

Lascia un commento!