I diari mai scritti – Cuba, pt 1. Una casa particular e il Malecòn

Non mi ricordo neanche di preciso quanti anni avessi la prima volta che atterrai a Cuba. Forse 11-12. Ricordo poco di quei giorni trascorsi a Holguín, a sud dell’isola.

Della seconda volta invece ricordo tutto. O quasi. Ero più grande, avevo circa 15-16 anni. 

Ricordo che atterrammo in una giornata calda e afosa, di quelle che ti bloccano quasi il respiro in gola. Ricordo quel calore sulla pelle, appiccicato addosso, come fosse ieri. L’aria calda come quella che esce dall’impianto di riscaldamento in auto o dal phon. O come il vento caldo di scirocco che ogni tanto soffia d’estate sulle nostre spiagge.

Arrivammo a La Habana senza grandi piani. Le intenzioni erano quelle di viverci Cuba in modo lento. Ci eravamo già stati, appunto, qualche anno prima da turisti. Questa volta volevamo viverla da viaggiatori. Ricordo che prenotammo solo la prima notte in un alberghetto in centro. Il piano poi prevedeva andare in giro a cercare una casa particular che potesse ospitarci

Le casas particulares sono tra le modalità di viaggio che più amo in assoluto. Si tratta di case di proprietà dei cubani, anche se i cubani non possiedono realmente le loro case, vivendo in un paese comunista la proprietà privata è praticamente abolita. La famiglia cubana ospita viaggiatori e turisti accogliendoli nella loro casa, dandogli un tetto sulla testa e spesso anche un piatto caldo di arroz y pollo. La peculiarità è che si vive insieme nella stessa casa, condividendo spazi, momenti di vita e racconti.

Avevamo un contatto a Cuba, un ragazzo un po’ cresciuto, amico dei miei genitori che avevamo conosciuto anni prima durante una stagione estiva in Sardegna. Il giorno dopo il nostro arrivo ci incontrammo con lui per andare in giro per le viuzze del centro storico de La Habana.

Quanto amo quella città! Lo so, dico spesso che amo un luogo piuttosto che un altro, ma quando parlo de La Habana non è un eufemismo né un’iperbole, la amo davvero!

Mi sembrava di essere stata catapultata in un altro mondo. Ricordo che c’era musica ovunque, ad ogni angolo c’era un gruppetto di 3-4 signori anziani che suonavano e cantavano. C’era musica ad ogni ora del giorno e ancora di più durante la notte. Signori anziani con camice vivaci che intonavano musiche caraibiche, spesso era salsa o cha cha cha, altre volte, quelli un po’ più malinconici e passionali suonavano la rumba.

Ricordo di essermi fatta una cultura strumentale ricchissima in quei giorni. Strumenti che non avevo praticamente mai visto né sentito producevano suoni così coinvolgenti e piacevoli che ci facevano compagnia durante tutto il giorno. Il tres cubano, una chitarra locale, la clave, fondamentale per segnare il tempo, i tumadoras, quei tamburoni alti e grossi, le maracas e il guiro cubano, percussioni locali che danno a questa musica un suono inconfondibile.

Ero completamente avvolta da queste musiche.

Poi ricordo che c’era gente che ballava OVUNQUE. Bambini, donne, ragazzi, signore e signori più o meno anziani, tutti si muovevano a tempo. La cosa sconvolgente e affascinante allo stesso tempo era che nessuno aveva coreografie né tanto meno la consapevolezza che stessero ballando. Molti tenevano semplicemente il tempo, abbozzavano l’accento musicale più forte, magari muovevano solo un ginocchio o semplicemente il piede. Non riuscivano a stare fermi. Credo fu in quel momento che capii il significato della locuzione “avere il ritmo del sangue”.

Ricordo le auto, dio se le ricordo! Auto americane dai colori sfavillanti che giravano per le vie del centro accanto a carrozze trainate da cavalli. Nella piazza davanti al Campidoglio ce n’era una quantità infinita! Auto di ogni colore, di ogni marca, alcune tirate a lucido da sembrare appena uscite dal concessionario, altre un po’ più scassate e malridotte – vi racconterò poi di un’auto in particolare, quella di un ex pugile cubano.

A La Habana c’è un lungomare iconico, il Malecón, che spesso viene inondato dalle onde alte dell’oceano quando questo è un po’ agitato. Ricordo perfettamente quella passeggiata. Come fosse un’istantanea, come fosse una cartolina che ancora oggi riesco a vedere se chiudo gli occhi.

Ricordo il Malecón pieno di auto, le tipiche americane degli anni ’50, Cadillac, Chevrolet, Ford, Chrysler. Le ricordo parcheggiate una dietro l’altra, dai colori dissimili. Ricordo che camminammo lungo tutto il lungomare e ricordo che schivammo per poco una doccia fredda di acqua salata. Ricordo che era una bella giornata, la musica continuava ad accompagnarci nella nostra passeggiata, e ricordo che stavo bene

Ancora non lo sapevo ma le auto sarebbero state il fil rouge di quel viaggio, e alcune di queste hanno disegnato nella mia mente ricordi indelebili. Ma questa è un’altra storia.

 

 

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